Out of the blue

Sono stata a lungo assente da questo blog, presa da quella cosa incredibile e complessa che chiamiamo “vita”!

Qualche compleanno, un anniversario di matrimonio, feste ad invito, due vacanze in Svizzera, due in Sudafrica, un paio di interventi chirurgici, un’amica rientrata in Italia, un’altra negli Stati Uniti, degli esami scolastici, alcune buone pagelle, alcuni workshops di yoga, delle cene e dei braai, come quaggiù si chiamano i barbecue, qualche play date (molti playdate = andare a giocare a casa di questo o quell’amico) qualche sleep-over (troppi sleep-over = andare a giocare e cenare e poi restare a dormire a casa di questo o quell’amico), una serie piuttosto lunga di uscite con le sisters del gruppo di yoga e con il gruppo internazionale del complesso residenziale in cui più o meno tranquillamente abitiamo; alcune importanti deliziose colazioni con Alice, a scadenza settimanale ed immancabile, ideali per ascoltarsi meglio, alcuni deliziosi pranzi con Beatriz, a scadenza imprevedile improvvisa e vulcanica ma sempre del tutto piacevoli, ideali per guardare le cose da una prospettiva diversa, un paio di libri illuminanti, e un po’ di ricerca per cercare di ideare e strutturare delle lezioni di yoga ogni settimana diverse ed ogni volta complete, e quindi troppo poco tempo rimasto per la meditazione, per la pratica personale, per lo studio approfondito nella disciplina che ho scelto come un modo di vita e conseguente perenne senso di colpa!

In mezzo a tutto questo, una crisi esistenziale o due, orientarsi con le prime tempeste ormonali di un figlio adolescente alle prese con le sue prime crisi esistenziali, fare i conti con un’improvvisa colica renale in una domenica mattina di giugno e scoprire di essere piena di calcoli renali grandi e piccoli e finire in urgenza in sala operatoria, che qui chiamano theater, che ridere, sotto le mani, peraltro enormi, di un simpatico nefrologo chirurgo Nigeriano, ed occuparsi finalmente anche della faccenda della gola, con la voce che si era deteriorata giorno dopo giorno tanto da non riuscire quasi più a parlare la sera, affrontare con grande paura la faccenda del nodulo sulle corde vocali, che un altro chirurgo, con le mani peraltro molto piccole, chiama, indirizzandoti uno sguardo benevolo e rassicurante “tumore”. Al 90% benigno. Ma tant’è! E quindi BOOM, che botta! E quindi, aspetta. Pausa. Forzata ma, obbligatoria.

Va bene è giusto, mi fermo. E’successa cosi tanta vita negli ultimi due anni e mezzo, tante corse, tanti aerei, tante scatole da fare e disfare, tanti volti, tante sfide, tante prime volte, tanti saluti, tanti sospiri, tanti punti interrogativi, tanti punti di sospensione, tanti “ma, chissà?”, tanti “non so ce la faro’”, tanti “vorrei crederci ma non oso”, tanti “spero”, tanti “provo”, tanti “ce la sto facendo?”, tanti “forse piano piano ce la sto facendo”… E poi un solo “ma dài, si, forse si che ce l’ho fatta”. E poi pero’, proprio quando mi dico sottovoce e sotto le coperte prima di addormentarmi per aprirmi ad un nuovo meraviglioso giorno, che ce l’ho fatta, ecco che mi devo fermare.

E ho capito, mi fermo. Freeze. Gelo. Con una parola cosi balorda, una faccenda cosi insidiosa, una cosa che si è annodata a me per effetto di chissà quale sortilegio o stregoneria, non ci avevo mai avuto a che fare! E che strano l’effetto. Che ribaltamento veloce di pensieri e conseguenze. Di quali pirouette è capace la mente, quando esposta ad eventi che non si attende e che non sa come dimensionare, ma nell’istante stesso della presa di coscienza invece già lavora, posiziona, colloca e amalgama al resto già esistente e presente. Di quali voli pindarici è dunque protagonista questa mente, se si ritrova per forza di cose a fare i conti, messa alle strette con una cosa che arriva cosi, “out of the blue”; e che destrezza nel dare invece molto bene, e con molta precisione le dimensioni della nuova scoperta. Quale capacità analitica e lucida d’un tratto assumono i pensieri: interrompero’ le lezioni, faro’ una lista delle cose da fare durante la settimana di silenzio, mi comprero’ un campanello e chiamero’ i bombis in questo modo perché vengano da me, o quando è pronta la cena, scarichero l’applicazione che trasforma in sonoro le parole digitate, perché Siri è tremenda e parla come un robot dal genere sessuale ambiguo con accento britannico in mezzo ad un silenzio tombale; se è maligno rientro prima del tempo in Svizzera, se è benigno, faccio un fioretto ed il voto solenne che non maltrattero’ più la mia voce, e faro’ più scale con le gambe che con le mie corde vocali. Giuro!

Poi la sorpresa-miracolo. In convalescenza dall’intervento ai reni, e con un bypass inserito nel rene, l’unico yoga che mi è concesso è quello della respirazione e della meditazione. Rientriamo in Svizzera, in vacanza, quelle due settimane di Luglio. Piano piano respiro, e mi muovo dolcemente, con pazienza e con rispetto, su quel tappetino di yoga che ho quasi smarrito all’aeroporto di Zurigo. Mi siedo in meditazione e a respirare e con il terzo occhio guardo non senza timore, il nodulo grosso e rosso, e brutto a vedersi, mio Dio, comodamente appoggiato tra una corda e l’altra. Nasce sulla sinistra, si appoggia sulla destra. Allora Avril, la mia collega di Zen Yoga Studio mi dice “per favore visualizza la luce blu di Visuddha, il chakra della gola, e cerca di vederla mentre cura e guarisce questa parte del tuo corpo, mentre la tua capacità di comunicare, di farti ascoltare, di trovare la tua vera voce si manifesta e si esprime al meglio”. Mentalmente, perché non posso più cantare, ascolto e ripeto Gayatri mantra, uno dei più antichi e potenti mantra trasmessi fino a noi dalla tradizione indù dei canti religiosi-meditativi. Le parole invocano la “luce” che rischiara il nostro percorso, mentre il crescendo e l’intensità della melodia, insieme ai suoni in sanscrito, vibranti, trasportano in una dimensione che sembra fatta per trascendere ed attraversare con pace, la sofferenza umana. Quella del corpo, ma anche quella di ogni possibile altro ambito.  La mia amica Cindy, grande conoscitrice dell’importanza del pensiero che influenza le nostre azioni, e fan sfegatata della teoria sulla legge di attrazione, mi prega di visualizzare ogni giorno, che quella pallina odiosa si riduca, diventi più piccola, sempre di più, e smetta di ostruire il passaggio del suono in mezzo alle due corde, liberando la mia voce dalla strozzatura poco elegante che la costringe in una raucedine perenne e al rischio di un conseguente silenzio. Perenne. Paura, anzi terrore.

E’ d’altro canto vero che quando la malattia sopraggiunge, scopriamo di noi risorse che non conoscevamo ancora di avere. Ho anche desiderato quel silenzio. Ho anche agognato quella pace per forza, che non ti chiede niente in cambio. Ho sentito con precisione di avere voglia di non parlare più e di chiudermi in un silenzio, si, religioso, con il pretesto della convalescenza post-intervento. Ma temere di non parlare più e di non dire più e di non insegnare più, è tutt’altro.

Forse perché in passato mi è stato rimproverato di “parlare troppo”? Forse perché un’anima cosi diversa dalla mia mi ha detto che “ogni tanto bisogna imparare a mordersi la lingua”, poiché la mia, libera e giovane oso’ sfidarne le ingiuste maniere in un momento topico e tragico della mia esistenza? Forse. Ma questo succedeva perlomeno 3 o 4 vite fa. Eppure, oh si, il tumore questo è: solidificazione e materializzazione nel tempo, di dolore non vinto, non elaborato e non integrato con accettazione, ma che si è vissuto da vittime, senza proteggersi ed agire in modo da arginarlo e superarlo. O forse perché, in un altro momento altrettanto topico ed altrettanto tragico, quando ho chiesto aiuto a chi poteva e sapeva ascoltare, non sono stata accolta, ascoltata, capita ma mi sono vista volgere le spalle senza capire chi non riusciva a capire, ascoltare ed accogliere? Forse si, forse no. Fatto è che il tumore adesso è là, mi guarda dalla telecamera inserita in gola proprio mentre cerco di resistere ai conati e sento la mia voce produrre dei suoni che non sembrano nemmeno partire da me, ma che mi riempie di tristezza, non sapere più come controllare.

Il fatto è anche che quella mattina di Luglio, nel vecchio ospedale di Olivedale, nella camera fredda fredda dell’inverno non riscaldato di Joburg, quando mi sono risvegliata dall’anestesia e ho sentito la gola tutta graffiata dall’intervento, non mi sarei mai aspettata che il chirurgo dicesse, questa volta con sguardo benevolo ma incredulo e commosso “ in effetti non c’è stato nessun intervento”. Mentre dormivo, hanno cercato e rovistato, grattato e controllato, ma tra la corda sinistra e quella destra il nodulo era sparito. Benché non normale, non spiegabile, benché non ancora documentato, in casi analoghi lesioni cosi estese non si riassorbono spontaneamente, quel nodulo non si è più trovato.

Forse scivolato via tra le visualizzazioni del chakra della gola e fuoriuscito da quella luce blu che avvolge e protegge la nostra capacità di comunicare efficacemente? Forse caduto giù, giù, giù, fino allo stomaco, che ha finalmente saputo digerire quel malloppo rimasto di traverso per cosi tanto tempo? Forse inglobato felicemente ai residui di quelle pene, anch’essi sedimentati e cristallizzati all’altezza dei reni, nelle pietre dei mie pensieri più difficili? Forse assimilato in qualche pacifico modo finalmente, nell’interezza del mio organismo, e forse finalmente disciolto, dopo i vecchi processi alle intenzioni che mi erano stati rivolti e solo recentemente risolti? Forse fatto a pezzetti molto piccoli, dalla voglia di essere comunque felice, di prendere le cose come vengono, quando vengono, e dove vengono, la voglia di fare posto al nuovo, di alleggerirsi, di liberarsi, di allontanarsi da quello che non mi serve. Più.

Quindi fuori. Out. In un certo senso quindi, “Out of the blue”.

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