Io mi adatto

Adattarsi richiede tempo e volontà. Non è nemmeno possibile darlo per scontato, solo perché ci si è mossi da un posto ad un altro più di un certo numero di volte. E ciò perché ogni cambiamento rinnova la ricerca di un tentativo inedito per rimettere le cose in quello che scegliamo come il loro nuovo “ordine’, ma non pertanto determina un nuovo assetto, solo per aver intrapreso lo sforzo necessario perché tutto questo avvenga.

Vivere temporaneamente in un albergo è anonimo ed impersonale, oppure come ha commentato spontaneo uno psicologo di origine portoghese incontrato a scuola, è “bizzarro” e “deve avere un effetto negativo sulla vita quotidiana di tutti, soprattutto dei bambini”. Beh, se c’è una cosa che mi ha dimostrato il nostro arrivo a Johannesburg, e che la mia amica di tutta una vita, F., di Torino, compagna di merende, vita e filosofia conferma, è che i bambini, tra tutti, sono quelli che si adattano meglio, prima, ed in modo quasi indolore a tutte le novità. In questo “quasi” c’è margine, è chiaro, per segnalazioni di insicurezza, timori ed aspettative manifeste in modo più o meno conscio, ma non sono nulla in paragone alle più intime difficoltà di noi adulti che maciniamo chilometri, burocrazia, nuove leggi, regole stradali, rapide commutazioni di valuta, paragoni involontari di usi, atteggiamenti, tradizioni, con traduzioni letterarie e non di tutto ciò’ cui non siamo mai stati esposti fino a quel momento, e cerchiamo di tassare tutto in fondo al barile, volentieri e senza remore, vedendo poi nostro malgrado spuntare fuori dall’armadio della nuova casa lo scheletro di confusione mentale, nervosismo e senso di inadeguatezza, che abbiamo appena vissuto. E quel che è peggio, non solo senza averne mai fatto parola o profferito prima una sola lamentela a riguardo, ma anche spesso, senza averne preso coscienza. I bambini sono ancora cosi come sono. Noi siamo buffi se non ridicoli, ecco come siamo. Noi non ammettiamo.

E poi diciamolo, anche se vorremmo fosse diverso, non sono i bambini e ci mancherebbe, che organizzano con strategica e machiavellica tattica il contenuto di bagagli, trousse pronto soccorso per ogni necessità, cassetta pronto uso con suppellettili da cucina per approntare una prima 1° colazione, valigia con cambio lenzuola pulite per la prima notte in casa nuova, sacca della necessaria miscellanea dell’ultimo minuto al cui interno, in genere, cerchi di stipare il contenuto della prima lavatrice nel nuovo approdo, borsa documenti e valori e passaporti, rifugio peccatori di ciò’ che non ci è entrato in tutte le altre borse, o casse, o bauli o scatole, contenitore-contenente in genere quegli oggettini noiosi ed anonimi che girano stanchi per una casa, a scelta una vite che è sempre stata inutile e non si da dove provenga, un rotolo quasi del tutto esaurito di scotch, le clips impolverate dello svuota-tasche di prima e il pupazzetto dell’uovo Kinder con cui nessuno gioca mai, ma che non viene gettato. Insomma, le prove inconfutabili del chaos del tuo imbarazzo di essere in moto tra le tue incertezze di sempre e quelle che senza dubbio ti aspettano presto si possono trovare ovunque, lungo il cammino tra il prima ed il dopo. I bambini, loro, sono quelli che in qualunque posto ti trovi, campeggio, casa, dai nonni, amici, grande albergo o tugurio, ad un certo punto ti spaventano immancabilmente con una di quelle loro legittime domande che esige quasi “mamma, dove è il mio…pigiama? spazzolino? iPad? doudou (che è come si chiama da noi, in memoria alla stagione parigina, il peluche preferito e malconcio che ti segue dappertutto)?, costume, cappello, orologio, quaderno di matematica? Ma in questo modo ti obbligano a ricostituire quell’ordine mancato per forza, perché domani c’è già scuola, dopodomani un compleanno, tra quattro giorni uno spettacolo  e tu pedali, di corsa, e fai e fai e fai, ricostruisci, ricostruisci, ricostruisci, da subito. PAM!

Due mesi e una settimana dall’arrivo. Se in albergo era odioso fare i conti con la pazza signora delle pulizie cui regalavo le mele per i figli e che mi ha bruciato i pantaloni di MaxMara, se era odioso litigare con le grucce dell’armadio troppo alto, quelle anti-furto evidentemente impossibili da separare dal bastone al quale sono saldamente agganciate e dal quale non è pensabile staccare i tuoi vestiti senza arrabbiarti, se era odioso avere a disposizione due pentole contate ed una padella iper-aderente con bordi alti con cui mi era impossibile preparare le mie amate omelette, se era odioso che il giro letto fosse l’unico spazio consentito attorno alla nostra intimità e non avanzasse nessun centimetro per srotolare insieme alla mia colonna vertebrale il tappetino yoga ed il mio piccolo corpo senza troppe esigenze, le stanchezza di un trasloco internazionale doppio hanno comunque portato dopo un mese di tempo, una mole di lavoro ed un senso di spossatezza che hanno talvolta minato sorriso, buone energie e voglia di fare.

Come non bastasse, ciò’ che il trasloco all’arrivo della nostra roba, quasi come la intende Verga ha portato, è stato soprattutto un inaspettato senso di preoccupazione per le nostre cose. Preoccupazione che possano trasformare noi e la bella casa presa in affitto, nei bersagli dei troppi furti di cui terroristicamente parlano qui le persone, con il gentile intento di metterti in guardia e renderti come loro dicono “conscio” della realtà in cui viviamo. Sono buffi anche loro pero’, che se da una parte fanno cosi e ti mettono idee in testa che non avresti mai concepito altrimenti, dall’altra come si sente parlare di furto o altro crimine, tutto quello che sanno poi dire suona vagamente giustificatorio e con un ritornello che ho già sentito e recita più o meno cosi: “Bhé, in ogni parte del mondo comunque succedono crimini in ogni momento, no? Mia sorella vive a Londra e non prende mai un taxi dopo le 8 di sera! Mio cugino sta a New York e non prende la metropolitana da 20 anni. Quale posto al mondo è veramente sicuro al giorno d’oggi?” Well, I am sorry for you and your sisters and brothers guys, BUT, non è mica e nemmeno tanto normale a Campo Felice di Roccella, Lucca, Rivoli o Busto Arsizio vedere il filo spinato trionfare in cima alle mura del complesso elegante, verde, come in quello con i campi da tennis, o il golf, i laghetti finti con le vere paperelle e tanto di carpe, gli stagni con i ranocchi, gli alberi lussureggianti con nidi e nidi di stupendi uccelli africani che ti svegliano alle 4 e 35 del mattino, nel quale si rifugiano quelli come noi, per illudersi di vivere liberi e al sicuro dai pericoli esterni. I am sorry for you guys, BUT scusate se io un paio di posticini al mondo a tasso del crimine rasente lo zero e stra-sicuri li conosco, a caso due: la Svizzera e gli Emirati Arabi. E’ forse colpa mia se ho conosciuto peggio ma anche decisamente moooolto meglio?

Poiché non siamo più bambini e stiamo perdendo il dono della verità, anche se come yogi ci pensiamo segretamente in cammino verso il suo difficile recupero, anche se ci crediamo spontanei tutto il tempo ed autentici per principio, è nei sogni che rielaboriamo le verità che ci nascondiamo a ripetizione senza volere. E poiché a differenza dei bambini non poniamo a noi stessi né ad altri le scomode domande sull’incolumità nostra e di chi più al mondo amiamo, all’arrivo dei due container e la visione delle cose “nostre” per lo più spaventosamente abbandonate in quel garage doppio a rimarcare il pericolo di non riuscire a ri-collocarle tutte, ho cominciato a partorire sogni allucinati in multi-color, ricchi di ogni concepibile e crudo dettaglio, che avevano per tema la stessa perdita, compromissione, o indebita e cruenta sottrazione con tragiche conseguenze, delle cose da noi possedute. E ciò non per timore che quelle stesse cose vengano effettivamente rubate, ma ovviamente ed unicamente perché a causa di queste si corra in effetti il rischio di venire aggrediti da chi non ha O scrupoli, O sufficiente valore da attribuire alla vita umana per risparmiartela, O entrambe le caratteristiche. Che non mi pare poco, ecco.

Ora, non ho mai pensato a noi come ad una famiglia benestante. Soprattutto non dopo aver effettuato un rapido e piacevole passaggio da Dubai, terra ricca e straricca davvero, al di là ed al di sopra di molte paragonabili ricchezze che sono altrove possibili e là stracciate ad appena qualche metro dagli arrivi internazionali del suo scintillante e dorato aeroporto. E’ vero d’altro canto che la profondità del contrasto sociale esistente tuttora in Sudafrica obbliga un europeo medio, financo un Italiano, a ri-dimensionare E il proprio potere di acquisto in una terra cosi giovane dal punto di vista della democrazia e della distribuzione della ricchezza, E la propria visione sulla “libera” ed incontrollata circolazione migratoria” (che farebbe arrossire i nostrani leghisti di uno qualsiasi degli stati Europei) da altri stati africani ancora peggio in arnese del Sudafrica per guerre, carestie, regimi dittatoriali, intolleranze religiose ed etniche e spesso, come è il caso, per tutte queste ragioni insieme. Insomma il Sudafrica è un’ancora cui si aggrappano migliaia di persone il cui destino sarebbe ancora più vano e disperato delle condizioni di lavoro troppo spesso ancora inumane cui molte persone qui si sottopongono ogni giorno. Ma per questo motivo, il Sudafrica e Johannesburg come punto di attrazione industriale e commerciale in modo particolare, diventa la meta di una fetta di popolazione di cui ogni Paese desidera sbarazzarsi e che finisce con il popolare nel sonno, per l’appunto, gli incubi dell’altra metà della popolazione locale o straniera che sia, che si rifugia di norma in questi circoscritti e ben apparati cerchi di relativa sicurezza, nella speranza di fugare la maggior parte dei pericoli.

Nonostante il filo spinato elettrico, più discreto ed elegante di quello che avevo trovato a Lagos per la carità, ma sempre filo spinato di per sé, dell’allarme di casa, del codice di accesso da fornire ad ogni ospite e/o persona che sta per venire a trovarti, nonostante non mi sognerei mai di mettere in evidenza quei pochi gioielli o beni di lusso che possiedo, nonostante le misure di precauzione che ti consigliano, nonostante tutti i miei bei Nonostante,virgola, tra l’albergo e la nuova casa con le nostre cose personali dentro, le cose che ho faticosamente spacchettato e ricollocato con abbondanza di sforzo, fantasia ed indispensabile originalità, giacché questo ci vuole quando un mobile che ospitava le tue calze in camera, adesso ospita i tovaglioli nel dining room, virgola, al di là dei sogni sui furti e la storiella che ti racconti che è il tuo modo per mettere in atto sani meccanismi di difesa emotiva, virgola, lungo un periodo di due mesi cresce in te la positiva sensazione di avere già ottenuto comunque uno stile di vita relativamente libero. Sensazione od illusione che sia, hai sempre visto il bicchiere mezzo pieno, non vedi perché adesso dovrebbe essere diverso, hai sempre sorriso alla vita senza timori autolesionisti, autocastranti ed autodemoralizzanti, hai sempre sentito l’ascensorino che va sù e giù nell’esofago tra la trachea e lo stomaco con le farfalle, alla proposta di un nuovo cambiamento radicale di stato, perché hai fiducia nella vita, perché ami le nuove sfide, perché a te l’adrenalina del bungee jumping te la dà il volo nell’aereo di linea che ti trasporta da un pezzo di te a quell’altro, mentre sorseggi il the amaro di ordinanza e vai finalmente al cinema, facendoti una sana scorpacciata di film che diversamente non riusciresti mai a guardare, in qualità di madre di due creature sotto i 16 anni!

Fai le tue compere solo in centri commerciali è vero, più o meno pattugliati da ibride guardie di sicurezza-parcheggiatori da 2 Rand a manovra, ma ti dici che questo è vero ormai per la grande maggioranza della popolazione mondiale. Cerchi di ignorare il fatto che a Torino, da dove vieni tu, troveresti sempre un centro urbano fatto di quartieri vitali i cui negozi specializzati in questo e quel prodotto si trovano ancora, che in modo identico anche a Parigi avresti l’opzione per frutta e verdura fresca di stagione da scegliere in un mercato rionale e non saresti obbligata a trovare le poche cose che davvero mangi in mezzo a corsie e corsie perditempo costellate da dozzine di brand diversi per un vasetto di yogurt con 18 prezzi differenti. E vai a prendere i tuoi figli dove devi mostrare il distintivo con il logo della scuola ma pazienza, significa solo che la scuola controlla l’accesso al campus, ben venga, poi incontri comunque una nuova amica a pranzo anche se in un centro commerciale tappezzato di ristoranti i cui déhors solo raramente si degnano di non dare sul parking, ed anche se non hai ancora visto Mandela Square perché ci sono i lavori di ricostruzione in corso, senti molto bene che ci sono solo un’area o due della città in cui si cammina in effetti liberi per un po’ di struscio con ristoranti che trovano respiro su una strada vera e ci sono veri negozi piccoli ed indipendenti, e vedi anche pero’ che nessuno ci va, perché magari la zona è visitata da venditori ambulanti di fortuna, tra l’auto e la via ci sono troppi incustoditi passi da fare, ed anche se stabilisci la tua nuova routine andando e venendo dallo studio di yoga dove hai già trovato delle lezioni da impartire e ti senti super fiera dei tuoi risultati di conquista nella nuova landa dopo cosi poco tempo, capisci molto chiaramente che qui le persone non conoscono il valore della libertà che non c’è, forse non c’è mai davvero stata, o forse non c’è più e chissà quando ci sarà. Se non conoscono il suo valore, come possono capire il prezzo che si paga a rinunciarvi? Sorrido loro e sento una sincera empatia per ciò’ che sono, fanno e cio che non conoscono. Provo empatia anche per quello che mi raccontano e per come vivono, soprattutto per come possono vivere. Posso capirlo io per loro, ciò che è evidente non siano in misura di conoscere loro. Ma quanti saprebbero capire cio’ che conosco ed ho lasciato io?

Cosi finisce che fisiologicamente e logicamente, ti senti stanca ma fiera e dici “avrei solo bisogno di una piccola pausa” per contemplare tanto lavoro e ricaricare le batterie vitali, ne ho bisogno adesso, per continuare dopo. Detto questo, vivere vuoi vivere comunque al 100% e poi dicono da anni che questo sia un paese bellissimo, tra le mete turistiche internazionali preferite in tutto il mondo, andiamo a scoprirlo questo Sudafrica, andiamo a vederlo da vicino. Cosi passi un pomeriggio a cercare in rete dal tuo telefonino, perché a casa ancora internet non ce l’hai, e tiri fuori dal cappello magico una località sulla costa, un appartamento sicurizzato e dici “si va al mare”. E poi succede.

E se succede è sempre quando non pensi di meritartelo, e che finalmente hai trovato un soffio di momento per respirare davvero, fermarti e tirare due secondi quei remi in barca giusto allo scopo di recuperare le energie necessarie per rigettarli in mare e remare ancora e ancora, più forte, se ti è possibile. Ma invece ecco, che mentre sei li intenta a ristabilire quell’intimo legame tra te ed il sole nello spazio preciso tra la fine della schiena e l’inizio del bikini, che finalmente la sola occupazione delle mani è quella di girare con lentezza le pagine di “Cent’anni di solitudine”, che le onde tiepide dell’oceano Indiano insegnano ai bombis a fare bodysurf e cullano il tuo respiro profondo, che tuo marito si rilassa per la prima volta da mesi abbassando la guardia e abbandonandosi ad un sonnellino pomeridiano, ecco che, alla fine di una splendida giornata di mare, tuo figlio ti chiede di accompagnarlo in bagno e quando ritorni le palpebre e la guardia le abbassi tu, fosse solo per 8 minuti. Ma in quegli 8 minuti rubati e meritati e Dio lo sa come sono stati meritati, si spengono dopo due mesi tutti gli switch uno ad uno e l’abbandono è lieto e dolce e mai penseresti che qui come altrove tu non possa permettertelo. E’ una domenica al mare, relax.

Invece quando ti rialzi dalla sabbia soddisfatta e lievemente intorpidita per raccogliere le carabattole e rientrare, vedi senza crederci e dicendoti che c’è senz’altro un’altra spiegazione, pensi che hai solo bisogno di mezzo minuto per sbadigliare e svegliarti meglio, virgola, che una borsa manca all’appello. Era semplice, discreta e non aveva nulla di appariscente, ma dentro c’era ciò che la società impone per essere identificati, condurre un’auto, pagare i conti ed il ristorante, un telefono e gli occhiali da vista di un figlio. Ciò che è peggio, grazie ladro, gli occhiali da vista di mio figlio.

Allora, un po’ ti senti tradire. Allora un po’ ti senti Antonio Albanese nel personaggio che adoro di Alex Drastico, che parla in dialetto siciliano rivolgendosi mentalmente al ladro del suo motorino. Credi nel Karma e non solo adesso che insegni e condividi con altri lo yoga che pratichi tu e trovi una spiegazione molto olistica a tutto e quindi anche a questo, analizzi che i sogni premonitori sulla roba rubata significano che puoi fare a meno delle cose, che dalle cose non dipendi, che non dicono chi tu sia, eventualmente servono a dire qualcosa e neanche sempre, su cosa tu possieda, ma in realtà servono solo allo scopo di vivere, appunto, all’interno di una società basate su regole, norme e leggi. Che il non-attaccamento alle cose materiali può’ scremarsi ancora e ancora, e infatti ripensi a quando e quanto con ogni trasloco hai dato, non venduto, non scambiato, DATO a chi ne aveva davvero bisogno, o perché hai visto che quella cosa non serviva più od era in più, e questo anche nel caso, dispiace ma è cosi, di quelle cose donate che pero non potevi più trascinarti via dappertutto visto che non erano di alcuna utilità, anche se provenivano dall’affetto di altri che hanno creduto forse di farti cosa gradita, ma che tu ad un certo punto hai sentito come unitili e piccole zavorre che ti impedivano di librarti in volo libera, e ciò senza mai credere di fare cosa sgradita, donandoli ad altri. E’ bello non essere attaccati alle cose, è leggero, è sano, è andare dritto all’essenza, è molto meglio. Di fatti non provi dispiacere, in effetti, sono cose. C’è perfino margine per un leggero ma distinto senso di liberazione. Impari: meno possiedi, meno occorre pre-occuparti di quelle cose e godere di maggiore energia e tempo da consacrare a cio’ cui davvero tieni.

 Pero tuo figlio deve andare in giro con degli occhiali da sole graduati anche dopo il tramonto e non è comodo e tu non puoi più guidare e non è tanto facile, e poi hai perso tutte le belle foto del viaggio lungo sei ore di strada in questo Sudafrica che eri venuta a scoprire e non è carino, e devi pre-occuparti poiché in questa società cerchi di viverci, di bloccare le carte di credito e quindi ti viene fatto di pensare che se fossi qui in vacanza da sola con i tuoi figli, non disponendo più di contanti, carte di credito, patente e telefono, sarebbe davvero antipatico. Tornare all’appartamento? Pagare una cena? Un po’ complicato in effetti. Ringrazi ancora per come sono andate le cose e che in fondo nessuno si è fatto male, pero’, PERO’.

Pero’ Sudafrica scusa, sei gentile e cordiale e quanta bellezza nei tuoi diversi paesaggi, ma se adattarmi significa che per tre anni non posso permettermi di schiacciare un sonnellino in spiaggia, allora non ci siamo, e non andiamo d’accordo. Noi ti stiamo portando più luce, ricordi? E’ cosi che ci tratti in cambio? I nostril figli a scuola imparano l’Afrikaans, guidiamo con i finestrini chiusi anche se scoppiamo di caldo e non giriamo mai senza un buon motivo dopo che è sceso il buio. Posso vivere senza un centro storico, anche se mi fa impressione, senza una chiesa secolare che non sembri una fabbrica, senza un monumento che non sia più vecchio del 19esimo secolo. Posso vivere del tutto anche se mi dispiace parecchio, senza monumenti o belle chiese affrescate con opere di bellezza e fama internazionali, posso stare senza biblioteche nazionali, pinacoteche e teatri come io li intendo o senza poco più di tre musei contati. Perché avete altro e CHE altro, e sono pronta e curiosa di scoprirlo ed è quello che ho tentato di cominciare a fare in questa breve vacanza nella mia nuova casa. Posso vivere senza la mia storia, nella storia vostra, che pesa ancora come un macigno, perché è fatta di strade lastricate di sangue, quando da noi le strade erano usate già da due secoli per lo struscio cittadino delle vetrine, gli artigiani, le gelaterie ed i Grand café per bene, che mi mancano, e mi sono mancati, dal momento che ho lasciato la mia Turin, la mia prima casa. Ma se adattarmi significa che non possiamo rilassarci davvero, a meno di stare dietro al filo spinato di un “estate” o un altro, con guardie pattuglianti giorno e notte, Joburg no, non va bene. Mi dispiace per te e ti capisco, ma non è giusto per me. Mi capisci?

Annunci