A casa

Ci sono giorni un po cosi. Che l’appetito vien mangiando. Che la confezione di zucchero si rovescia per terra, ti cade una tazza tra le mani, non trovi un indirizzo importante e ci dovevi proprio andare in quel posto, che ti ricordi di dover andare in posta solo quando sei rientrata a casa e comunque non hai idea di come funzionino le poste qui e la cosa ti da’ un minimo di apprensione. Ci sono i giorni in cui il centro commerciale in cui volevi entrare lo hai appena superato e non sai più come arrivarci, che per cercare di rimediare prendi l’uscita come entrata e devi fare marcia indietro su una macchinina noleggiata con zero motore e in salita, prima che un tir ti venga addosso, dopo aver fatto consegna. Giorni un po’ disordinati, nel micro ordine che a tre settimane dall’arrivo in un nuovo Paese, sei riuscito incredulo a creare e che già rappresenta la tua piccola zona di conforto.

Mi domando seriamente quanto sorridano di noi guardandoci da lassù, gli dei e le anime trapassate e felici che ci hanno amato in vita. Chissà cosa pensano davvero, a vederci cosi piccoli in fondo, nel rabattarci tanto quaggiù per trovare una nuova casa, un’automobile, prendere un appuntamento, per trovare una nuova scuola di yoga, un nuovo parrucchiere, un nuovo medico, un nuovo dentista, un nuovo ottico, un nuovo negozio con perfetto rapporto qualità-prezzo. Perché ci attacchiamo sempre alle stesse cose per sentirci un minimo al sicuro? Perché dipendiamo dai nostri riferimenti e ogni volta che ci spostiamo ci adoperiamo per ricreare quel microcosmo conosciuto e caro, traslocandolo in un nuovo posto?

Perché siamo piccoli ancora e abbiamo bisogno della nostra aria di riferimento di base per non sentirci troppo persi. Perché non vogliamo lasciare spazio allo sconforto che potrebbe prenderci ogni volta che un tentativo di prova si traduce in fallimento. Perché se abbiamo trovato il distributore di benzina senza far ricorso al GPS, celebriamo noi stessi e l’un l’altro con un piccolo applauso, perché ci facciamo bastare di orientarci da soli con una mappa per sentirci contenti dei nostri sforzi. Perché vogliamo sentirci a nostro agio lontano da casa anche se ci troviamo a migliaia di Km di distanza e conosciamo cosi poco di questa cultura unica. Perché odiamo lamentarci e sappiamo che ce la possiamo fare, ce la faremo e anzi ce la stiamo già facendo. Perché al quarto tentativo l’ho trovata la scuola di yoga ed è stata bella la mia lezione e me la sono goduta ancora di più visto che mi era costata altri tre tentativi a vuoto.

Se fossi in Cielo o fossi una dea, sorriderei di tenerezza alla vista di queste piccole imprese quotidiane. Se fossi lassù nell’Olimpo o nella pace eterna, avrei compassione per questi umani affanni e le nostre frustrazioni momentanee. Se fossi fatta di etereo e non di corpo fisico, energetico, mentale, intuitivo e infine spirituale, li capirei tutti quegli affanni e invierei messaggeri e messaggere d’amore per correre in soccorso di noi anime disordinate e scaltre. Ed è forse questo cio‘ che per l’appunto accade in alcuni momenti, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. Ma sono qui per il momento e cerco solo di capire e di cavalcare tutte le mie onde quando decidono di arrivare.

Alla Monaghanfarm domenica ho incontrato una donna intelligente ed interessante che è di qui, ma ha vissuto insieme al marito e alla loro famiglia per molto tempo in Australia. Le ho chiesto dove sia ‘casa’ per lei e dopo aver ascoltato la sua chiara risposta, mi sono sentita chiedere dal mio canto, quanto tempo in genere io impieghi prima di considerarmi a casa, nel Paese che mi ospita. Ho adorato il ricorso di quel “in genere ” da parte sua. Mi sono sentita una specie di fenomeno da baraccone intervistato da una giornalista curiosa, ma poi ho lasciato scorrere il flusso di quelle parole e ho solo cercato di rispondere per la prima volta a questa domanda, soprattutto per me. Ne è nata una discussione stimolante e sui generis, che mi ha divertito ed intrigato molto.

Naturalmente mi rendo conto che non è comune sentirsi fare, o perlomeno non lo è chiedere, deteriminate domande. Mi rendo conto poi che il popolo dei nomadi di fatto che siamo e che è poi abbastanza vasto nel mondo, se le pone certo, ma la stragrande maggioranza delle altre persone non lo deve fare. La maggior parte delle persone non se le vorrebbe porre certe domande nemmeno sotto tortura, perché l’idea stessa di spostarsi da un’altra parte procura in loro sofferenza e confusione. Certo, non che non possa capirlo, anzi. Non è esattamente quel che speravo 15 anni fa sposandomi, ritrovarmi ciclicamente a cambiare tutti i miei riferimenti e a fare lo sforzo fisico, morale e soprattutto emotivo per ricominciare tutto da zero. Ed è stato particolarmente evidente quando ci siamo spostati in Svizzera questo attaccamento alle proprie radici, alla propria terra, alla propria cultura, al proprio senso di appartenenza appunto. E’ stata in modo particolare S. che è un’altra donna intelligente ed interessante ma soprattutto è mia Amica, ad aprirmi gli occhi su questa diversita di fondo nel concetto di ‘casa’. E nessuna delle visioni prevale sull’altra e vince. Coesistono e permangono vere e giuste entrambe, basta che ognuno se le senta corrispondere e calzare addosso come un blazer di Giorgio Armani e ci possa navigare bene dentro, per libera e consapevole scelta. Ancorché, va detto pero’, che non è da tutti permettersi il blazer di Armani, io il mio blu lo lasciai appeso con grande rammarico in quella boutique di Soho 6 anni fa, anche se mi stava d’incanto, e al momento ne ho uno di Kookai che va benissimo, ma non è proprio la stessa cosa. Per dire che a volte uno le scelte le fa anche liberamente, ma nemmeno in quelle c’è tutto l’ideale che si vorrebbe e allora ti destreggi e cerchi perlomeno di trarne tutto il meglio e il valido che si possa, in termini di sapore della vita.

Le nostre conversazioni, alla fattoria tra le distese gialle dei campi a riposo, il sole tiepido alle spalle dei nostri calici chiari, gli strilli in sottofondo dei bambini che giocavano poco distante, erano vibranti e vivaci e ti regalavano inattese questa precisa sensazione che quella li fosse la Vita allo stato puro che merita di essere assaporata e goduta, che oltre ai calici anche gli occhi e i cuori si riempivano in quel momento, che non avresti potuto né voluto essere in nessun altro luogo né in nessun altro modo diverso da quello che il momento stesso ti stava regalando, e che anche se per molti versi costa, quella Vita li e non un ‘altra, è proprio quella che ti corrisponde e che desideri da dentro viverti. Anche se non ci saranno mai parole abbastanza buone per poter descrivere quelle sensazioni, anche se non ci saranno mai immagini abbastanza fedeli che potranno trasferire l’importanza di quel tramonto o l’espressione di tuo figlio sotto quella luce in quel secondo, anche se non potrai ricordarti il nome del luogo tra cinque anni e sarai soggetto a sovrapposizioni involontarie e multistrato di luoghi, ricordi e mementi, sai che ci proverai a restituire a te stesso l’idea che hai dato tanto, hai ricevuto tanto, hai scambiato tanto, perché hai vissuto tutto come meglio non potevi, al massimo. Nonostante giornate come queste, ed inizi non proprio ideali, e nonostante le cose più banali che pero’ adesso fai un po’ fatica a fare in modo normale, a Monaghanfarm le ore sono scorse veloci e cordiali nel sentimento che queste persone le avremmo incontrate di nuovo. Senza mai dimenticare gli Amici che abbiamo incontrato prima di oggi e che sembrano aspettarci ogni volta con immenso affetto, la bellezza del con-dividere sta sempre nel moltiplicare la nostra capacità di fare posto al nuovo, abbracciarlo ed accoglierlo con curiosità e fiducia.

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