Una storia cosi

Perché è una di quelle notti che dopo un sogno malefico non si dorme più. Perché è una di quelle volte in cui una paura cosi mi fa alzare a controllare che i Bombis respirino sempre nel loro letto; già respirino. Perché noi genitori a volte le abbiamo queste angosce ataviche, questi irrazionali moti istintivi paurosi che ci guidano verso le rassicurazioni estreme. Io ne ho comunque, e so che sono giustificate. Perché non è stato esattamente un “bed of roses” questo atterraggio morbido a Dubai. Perché io e Lui che pensavamo di riunirci QUI finalmente, dopo un anno terribilis, abbiamo trovato uno squarcio, poco dopo l’arrivo. Perché ricucire lo strappo fa indicibilmente male e lascia un segno indelibile. Perché nella Vita, quella tutta attorno e sopra e sotto, e dentro e fuori e nelle pieghe, negli angoli, e negli antri, negli anfratti dei blog, non trovi mai quello che pensi, e Dio sa se questa non sia una delle poche mie misere certezze. O perché è ben presto Natale, e voglio cercare di meritarmelo il mio regalo speciale. O perché è ben presto la fine di questo anno terribilis, che se senti chiunque, da che ne ho ricordo, ogni fine anno è invocata immancabilmente la fine di un anno che francamente quest’anno, mamma mia speriamo che finisca e che si porti via quelle brutture là, ché non se ne puo’ più. O solo perché è una bella storia e la voglio raccontare. E poi perché di storie come questa, a Dubai ce n’è mille e nessuno le racconta.

Un nome da gatto

Solo dopo un paio di giorni dopo il nostro arrivo, si presenta. Questa fanciulla con una coda di cavallo bassa, nera criniera di quei destrieri eleganti cui i fantini intrecciano la chioma fluente, perché non intralci nella corsa. In mano un paio di fogli e accanto a lei una zia di poco più di 30 anni ed una madre della mia età, con denti e mani che raccontano un’altra storia. I documenti sono in regola, la famiglia presso cui ha lavorato nel nostro quartiere si sposta ad Arabian Ranches, molto più in dentro rispetto alla linea di rivincita del deserto di Dubai. Rifka non è come molte delle donne che provengono dallo Srilanka per trovare lavoro come “house maid” in questa regione. Non è tutta sola al mondo e disposta ad accontentarsi di una vita da briciole, per inviare ogni mese altre briciole che al suo paese servono a mandare a scuola i fratelli più giovani e ai genitori ancora abili forse, ma fuori gioco comunque, a ripagare i debiti di un tetto sulla testa. Lei la sua famiglia ce l’ha, ed è qui, in questo stesso quartiere, dove cerca dunque un lavoro e soprattutto una nuova casa, per continuare a stare tutti vicini, per continuare ad essere una famiglia di nuovo. Rifka è come noi, ci assomiglia.

Sedute sul divano appena sbarcato, sono queste due donne a parlare, a presentare il suo scarno curriculum di esperienze, a perorare la sua causa, a disperare per un nuovo tetto, a pregare con lo sguardo ed un sorriso teso che si sia noi ad aprire quella porta e a fornire quella soluzione che cercano. Lei si limita a sorridere e a profumare. Perché Rifka è cosi. Quando entra al mattino porta sempre con sé questi tre doni: il sapone che  ha appena toccato la sua pelle scura, il suo sorriso aperto ed il lavoro del suo corpo forte. Un corpo che suo padre ha cercato di prendere, quando, poco più che 15enne, lei era ancora laggiù col suo fratellino più piccolo, rimasta ad aspettare le briciole che la madre, partita per Dubai chissà con quale cuore, inviava loro tutti i mesi. Le briciole che nessuno mangiava o con cui nessuno veniva mandato a scuola; le briciole che il padre si beveva giù nell’oblio del liquido religiosamente proibito o si perdeva a carte, in qualche angolo di strada, dal quale creditori assetati venivano a pretendere il debito più tardi.

E poi c’era questo ragazzo, orfano di padre, con una sorella più giovane ed una madre malata di cancro nelle ossa e di una rabbia furiosa di non volerne morire, dopo una breve vita difficile. I due si piacciono e cercano di fidanzarsi. Lui lavora, ma non guadagna abbastanza per prometterle una sistemazione indipendente. Pero’ un giorno il padre di Rifka forza quella porta fragile ed è solo perché lui è troppo ubriaco e ancora più fragile di quella porta che il peggio viene evitato, cosi lei trova il coraggio di lasciare li il suo fratellino e corre via con la sua criniera ed i soli vestiti che indossa, verso il suo salvatore. Il fidanzato la aiuta,  portandola a casa degli zii, dove Rifka è gentilmente accolta ed accudita per più di 6 mesi. Ma la madre di lui si aggrava e non cammina più. Ha bisogno di un aiuto per lavarsi, vestirsi, mangiare. Allora lui la sposa, onorando e santificando un’unione sotto la protezione di un Dio che si chiama con due nomi differenti, ma li proteggerà entrambi, forse anche dalle ire funeste di quella donna ingrata. La nuora ne diventa la serva, assecondandola ed accontentandola in tutto, come meglio puo’.

Come in ogni storia di Cenerentola che si conviene, la figlia naturale viene trattata con tutti i riguardi, quella acquisita con ogni possibile e disumano disprezzo. Rifka non ne parla a lui, che non puo’ fare altro se non vivere con la giovane moglie sotto quel maletetto che la madre comunque offre ai due, rinfacciandoglielo a brutte parole, ad ogni pié sospinto. Persino nei giorni di festa ed ogni volta che la giovane coppia potrebbero cercare di ricordarsi che hanno rispettivamente solo 18 e 17 anni, lei li rimprovera di vivere come dei parassiti e li intima a portare rispetto ad una povera vedova malata e sola. Pero’ il giorno in cui l’inferma stanca trova d’un tratto abbastanza energie per alzare il suo braccio dolorante sulla serva che rovescia per sbaglio una tazza di riso, Rifka decide che è ora di scappare un’altra volta con la sua criniera nel vento e di fare quella telefonata a Dubai. La madre che ancora ha al mondo, che ancora puo’ e deve per un anno intero occuparsi di lei, torna a prenderla in Srilanka.  E dopo una corsa estenuante, e molti giri ad ad ostacoli, la accompagna sollevata quel giorno, fino alla nostra fortunata porta, dalla quale lei entra ogni mattino, tranné il venerdi, e porta come a Natale, i suoi tre doni: sapone, sorriso e lavoro.

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