Christmas Tree

Mi sono abituata alle cinque preghiere quotidiane, a guidare un auto che fa il rumore di un furgone, alla sabbia tra le dita dei piedi prima di entrare in qualche posto, metto il kajal sotto le palpebre inferiori, allora perché per Natale, a Dubai, avrei dovuto comprare un vero-finto albero di Natale stile occidentale con le decorazioni di tipo nordico e deturpare la casa con pupazzi di neve, Babbi Natale in salopette rossa e cristalli di neve giganti? E no, dopo un pomeriggio intero in compagnia di un’altra neo espatriata come me, trascorso nel delirio della corsa non già dei regali di Natale, ma del più bell’albero di Natale che ci si possa accaparrare, (che pare sia già da metà novembre un tema “caldo” da queste parti e che molto molto sta a cuore ai locali e gli stranieri che vivono in questa città), mi sono rifiutata di piegarmi ad una considerevole spesa del tutto inutile, a fronte di un risultato estetico sicuramente mediocre.  Siamo nel mezzo del deserto, se occorre farlo presente, e la vista della neve cosi come della tradizione cristiana è robina che scarseggia da queste parti.  Tanto vale fare con quel che si ha e che sia anche un po’ più simile al contesto.

Dopo essermi fatta in sole tre ore il giro di tre mall diversi, il che tenuto conto delle distanze, del traffico e delle difficoltà di parcheggio è stato tutt’altro che evidente, ed aver condotto una conseguente mini-indagine di mercato, alla vista dell’occhio a metà eccitato e a metà isterico dell’amica che mi accompagnava, che si piegava, lei, invece preoccupata di restare “senza”, a comperare un alberello piccolo, dalla foglietta elegante  vero, ma di un colore più grigio che verde, ho preso la decisione che NO, il nostro albero di Natale sarebbe stato “vivo” innanzitutto, e “local”, rigorosamente a Km 0, ad impatto ambientale inesistente, non facilmente infiammabile, ad indice di sfruttamento della popolazione appartenente ai gruppi svantaggiati del Pianeta nullo, o quantomeno corrispondente necessariamente al minimo salariale emirati previsto, e soprattutto, non “made in China”. Non per qualcosa contro la Cina, ma perché perché. OH.

E cosi sia.  Forte dell’appoggio di Lui, che dall’aggiornamento in tempo reale via whatsup, a mezzo di reportage fotografico con nota prezzi, ha fatto leva sulla mia esitazione a spendere male quei soldi, osteggiata dal Grande che, ufficialmente entrato nel girone degli anni pre-adolescenziali trova che tutto quello che ci riguarda sia “strano” e che facciamo sempre le cose in modo “diverso” da tutti (dove i termini “sempre” e “ tutti” come i termini “mai” e “nessuno” vengono pronunciati con un’enfasi che procura haimé la nausea), ed infine completamente ignorata dal Piccolo che trova ancora che tutto quello che sceglie la mamma sia, per mia unica fortuna, “giusto”, sono passata all’atto.  A decisione presa, bisogna saper andare fino in fondo.  Del resto questa è come dire, una cifra ben precisa della nostra famiglia.

Un’altra delle nostre cifre più ricorrenti è anche cominciare dalla fine, ed è cosi che il giorno dopo la scorribanda finita a mani vuote per la quest dell’albero, sono capitata per puro caso, in un magazzino dove Lui poteva finalmente trovare quei tasselli e la scala più alta, e la pompa per annaffiare le palmette di papaya, e i feltrini per le sedie della cucina, eccetera eccetera eccetera.  E mentre i bambini si rincorrevano con il carrello seminando il panico tra gli altri acquirenti, e Lui si gongolava con tutti i suoi giocattolini, io mi sono sordidamente infilata nel reparto decorazioni, e scartando a dovere tutti i pennacchi rossi e bianchi e le decorazioni in legno e le palle soffiate trasparenti di stile norve-canado-elvetico che ad altre altitudini adoro normalmente, ma qui mi fanno effetto, e andando a naso tra le cosine più in stile locale, ho iniziato ad accaparrarmi un numero ragionevole di decorazioni bianche e d’oro, un paio di fili di perle dorate, qualche cammello di stoffa, un po’ di nastri e mi sono avvicinata con sguardo altro che eccitato, bensi titubante e scettico, alla cassa.  Pur tenendo stretto lo scontrino per un eventuale pentimento e cambio, scoprivo sotto i baffi il sorriso di chi capirai, col fatto che è arrivata tardi, “riducendosi” addirittura ad inizo Dicembre, ha potuto persino approfittare di un 50% di riduzione sul prezzo iniziale! Eh Eh…piccole soddisfazioni di piccoli consumatori nel grande regno del consumismo effimero: Dubailand.

Più tardi, una piccola spedizione punitiva al vicino negozio di piante, ci vedeva impegnati in una semplice quanto ordinata ricerca di due piante gemelle sempreverdi, che resistono il sole (poverine il sole lo reggono, bisogna vedere se possono sopravvivere a me) da piazzare in terrazza, per chiuderci dalla visuale dei vicini del compound, che per inciso non si sono neanche mai visti, ma quando uno ci tiene alla privacy, ci tiene, e non si puo’ mai sapere, magari a capodanno fanno capolino per un brindisi.  Delle suddette piante, due “ficus panda”, una di loro è stata per il momento lasciata in casa, e data la sua forma conica e lo splendido verde delle sue foglioline a cuore, si è gentilmente prestata a diventare il nostro “strano” Christmas tree.  Tree è un tree e anche piuttosto alto, per il Christmas, con tutto l’oro, il bianco e un po’ di torture, lo abbiamo visto trasformarsi elegantemente e senza alcun apparente sforzo, in una bella decorazione di Natale.  Babbo Natale e Gesù Bambino troveranno anche quest’anno il posto giusto per lasciare qualche dono da noi, e cio perché siamo persone fortunate, non certo perché siamo stati particolarmente “buoni”.

A scanso di equivoci il Piccolo ha disegnato comunque un cartello che recita di giustizia: “Caro Babo Natale, i regali lashali qui per favore” e che dobbiamo ricordarci di apporre sul cache-pot del ficus, prima di partire per il viaggio di Natale. Buon Albero di Natale a tutti per ora!

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