Iniziati

Non c’è nulla che manifesti meglio un nuovo inizio, come il primo giorno di scuola! Resta una verità inalienabile per la maggior parte di noi, anche molto tempo dopo che i giorni di scuola si sono conclusi, probabilmente per sempre, entrando a far parte del grande carrozzone colorato dei nostri ricordi.

Il primo giorno di scuola in una nuova scuola poi, si carica anche di una miriade di emozioni che lo precedono nell’attesa e che lo invadono durante il conto alla rovescia, e soprattutto nel fatidico giorno X. Ma niente è più elettrizzante per un Piccolo ed un Grande che vadano a scuola per la prima volta bardati con un’uniforme all’inglese, in una scuola nuova, di un Paese nel quale sono approdati solo la settimana prima, e di cui non conoscono ancora la lingua! Niente, ma niente, è cosi pregno di sensazioni contrastanti nel nostro cuore di genitori ancora più nervosi di loro, nell’accompagnarli quel giorno, dirigendoci con finta nonchalance verso i tabelloni che tappezzano la hall centrale di questa grande scuola. Scorgere negli elenchi affissi il nome di uno dei nostri pupilli, verificare velocemente la correttezza del loro nome e cognome in mezzo a quelli delle più svariate nazionalità, controllare con apprensione il numero degli allievi che compongono quella classe, accertarsi dell’ubicazione di un’aula sconosciuta, in un ambiente che ci è totalmente alieno, e dove tuttavia ci apprestiamo a lasciarli qualche minuto più tardi, produrci infine in una microspica conversazione con due ennesime-nuove insegnanti, delle quali per auto-rassicurarci cerchiamo di cogliere qualsiasi indice di positività, possibilmente scrutarci attorno e cercare con malcelata agitazione le sagome di altri genitori altrettanto smarriti per trovare un po’ di solidarietà: ecco il nostro primo giorno di scuola da expat!

Poiché in gioco ci sono solo la felicità e la sicurezza dei nostri pargoli, prima ancora che la loro istruzione, è quando per la prima volta ci ritroviamo da soli io e Lui, al termine delle operazioni di AAA (abbandono annuale autorizzato) che con sguardo incerto e a forma di punto di domanda, sento che pagherei per un piccolo rilascio di tensione accumulata, che so, una lacrimuccia minuscola, proprio a lato dell’occhio destro, dove potrebbe entrare forse una miracolosa polverina depositata in quell’istante, dall’aria calda di Dubai.

Ma invece no. Non succede niente, non succede ancora. E ognuno corre verso le proprie faccende, Lui verso una riunione fiume con il cliente, io verso una fanciulla dello Srilanka, venuta a chiedere lavoro come aiuto domestico. Mi ritrovo allora in una casa ancora semisconosciuta e adornata di scatoloni di cartone, una cucina ancora più cantiere che fabbrica di amore commestibile, 3 letti sfatti di una prima corsa contro il tempo che necessita senza dubbio di un timing da migliorare, bagni usciti da campi di battaglia ed un luogo-tutto tanto calmo, in assenza totale di strepiti o ridolini, che all’improvviso trovo troppo vuoto. Cosi mi spingo fino alla fine della mattinata, prendendo dal frigo come pranzo, un pomodoro e il resto di una frittata della cena. E attendo ansiosa l’ora per andare a riprenderli.

A scuola, la stessa hall strepita di molti altri genitori pronti a ritrovare i loro. Ed ecco che arriva finalmente. Mentre lo sguardo attento aspetta di vedere che la porta dell’aula del Grande si riapra, intravvedo uscire i suoi primi 5 o 6 nuovi compagni. Poi lui finalmente, si proprio lui mannaggia, che parla naturalmente, anche se non mi spiego come, con un bambino giapponese! E finalmente partono, le formichine fitte fitte che salgono dai gomiti e dalla bassa schiena, in contemporanea. Arrivano all’altezza del collo e si ricongiungono rapidissime sulla nuca, gircumnavigando varie volte la testa per intero. Si fermano all’altezza degli occhi, che sento presto riempirsi a livello delle pompette lacrimali, di un liquido che in questi primi giorni carichi di tutto, devo aver lasciato li da qualche parte, nei miei gomiti, a sedimentare. Improvviso ed inevitabile, mi nasce un pensiero “ è mio figlio e parla in inglese, alla fine del suo primo giorno di scuola, in una scuola di Dubai”. Va tutto bene. Va tutto bene. E’ tutto vero e possibile. E’ tutto apposto, è sopravvissuto ad oggi. Respiro profondo, passo deciso, ora andiamo a prendere il Piccolo, insieme.

E il Piccolo è li, dal suo banchino al primo rango sbuca già in piedi ed in attesa, le braccia cariche di borraccia, astuccio, cappellino, quaderno, e ci sorride stanco. La camicina bianca adesso è fuori dalle bermuda con la riga stirata, che gli davano stamani quest’aria inattesa, da piccolo lord che cresce. E ancora emozionata nella voce gli chiedo “Com’è andata?” mentre lui pronto e sicuro con la mano destra a fendere l’aria dice: “Benissimo mamma, BE-NIS-SI-MO”! E’ sopravvissuto anche lui quindi, non gli è capitato niente! I miei Bombis sono tornati a scuola anche quest’anno. E’ tutto apposto, va tutto bene.

Anche questa è andata.

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