Un mese e un po’ di più

Non so da che parte cominciare. Perché non ho fatto altro nell’ultimo mese. E sono molto stanca. E’ stato un periodo pazzesco. Ci sono molte cose precise che sono cosi incredibilmente assestate, in cosi poco tempo, che a tratti rimango stordita. Non so se sia la pratica ad aver affinato in qualche modo la tecnica collaudata altre 8 volte, durante il mio matrimonio internazionale, o se sia proprio io che mi scopro in fondo cosi duttile e malleabile. Mi chiedo soprattutto se non sia solo una risposta a determinati stimoli ricevuti, comunque sia, una signora francese incontrata di recente, mi ha detto che a guardarci, lei trova che “rimbalziamo”…il che liberamente tradotto significa più o meno che non sembriamo patire più di tanto la fatica dell’adattamento, cosi tipica in occasione di un cambio di vita radicale.

In realtà la fatica c’è. E come. Mi è capitato chiudendo gli occhi, di scorgere immagini nitide di me o di noi, nei differenti luoghi in cui ci siamo trasportati. Ho trovato luoghi precisi non nella memoria, ma nel treno un po’ folle che instancabilmente corre, facendo poche fermate, da 14 anni a questa parte. Mi sono rivista seduta, ad un caffé italiano con un cappuccino davanti, o a feste sfrenate a ballare con Lui anche sui tavoli, dietro pile di vocabolari per traduzioni allucinanti, o a passeggiare spingendo una carrozzina sul lungosenna, in un autunno acceso e bruciato. Ho capito che cio’ che la mente tenta di fare, quando sballottata e scossa da forti cambiamenti, assomiglia al liquido che oscilla dentro un recipiente, prima che questo sia appoggiato su una superficie solida. Necessita di un certo lasso di tempo, che non puoi prevedere quanto sia esteso, perché le lunghe oscillazioni orizzontali che lo interessano, si facciano via via meno intense. Arriva prima o poi il momento, solitamente quando lo sguardo è distratto altrove e non presta più attenzione, in cui tutto si ferma un’altra volta, per ritrovare finalmente nel nuovo contenitore, una nuova possibilità di forma. Ma prima di quell’istante preciso, in cui si realizza che TAC, è successo, c’è un po’ di tempo per del panico, per lo sforzo estremo di andare oltre quei limiti che cosi spesso siamo i soli ad autoimporci, o per sfidare quelle credenze nelle quali continuerebbero a risiedere volentieri ed indisturbate tutte le nostre certezze, se non prendessimo un po’ più il rischio di vivere come vogliamo davvero.
In questo dondolare incessante dell’ultimo mese, nei gesti e nei pensieri, sono tornata spesso sui miei passi. Seguendo il piano orizzontale del riordino e della creazione della mia nuova casa, mi sono ritrovata a comporre piano piano, stanza per stanza, il nuovo assetto. Ed ho ammesso che, se presa nel verso giusto, questa puo’ diventare un’esperienza quasi meditativa e che rappresenta realmente un’occasione per trovarsi nei colori e nelle soluzioni abitative che il nuovo contenitore ci permette di adottare.

Resta tuttavia un’esperienza da cui si esce provati, giacché per fare spazio al nuovo occorre investigare il vecchio. Per riempire ci vuole tutto il vuoto necessario. E per fermarsi bisogna aver corso abbastanza a lungo per aver bisogno di una pausa. Il bisogno è il vero motore. E bisogna capire di chi e di cosa abbiamo davvero bisogno. Ecco la chiave che apre la porta della mia nuova casa. A Dubai.

Annunci