L’isola che c’è

 Ce l’abbiamo tutti dentro, solo che spesso stentiamo a trovarla. Il cammino è talvolta tortuoso, anche se forse non ci si muove di un passo. Il fatto è che se anche la nostra isola è là, proprio davanti agli occhi, o sotto, dentro le pieghe dell’anima, non è quasi mai dove lo sguardo è rivolto o dove scaviamo con foga, che riusciamo a trovarla.

Di per sé la ricerca non si rivela noiosa, tutt’alto. E’ che nel mio caso, con il passar del tempo, invece della mia singola Itaca, Sicilia o Wight, mi è successo di scorgere non una, bensi’ un gruppo intero di isole, una fila di Azzorre impetuose, una serie di vulcaniche Baleari, una sequenza di nipponici atolli, che hanno trasformato la scelta da operare, in una ricerca assicurata di fatica e dolore. Perché il mio problema è lo stesso di Kirkegaard, e su tutto vale la certezza assoluta che ad ogni scelta fatta, corrispondano una, due, o piuttosto un numero imprecisato di rinunce.

Mi riferisco ovviamente alla personale quest che tutti ci riguarda, per il proprio “perché”, il motivo ultimo della propria esistenza, il significato del proprio posto in questo mondo, il valore intrinseco del proprio tempo, delle proprie energie e delle proprie capacità a favore della gratificazione del sé e dell’utilità per l’altro, il prossimo. Chi mi ama e mi segue, più come si farebbe con una telenovela, che dentro un bacio perugina, sa perfettamente in quanti e quali pindarici voli, di genere professionale, vocazionale, pseudo-artistico e di ricerca interiore mi sono prodotta negli ultimi almeno…buoni buoni 14 anni! Ma questo non è grave davvero e nulla è mai andato perduto, perché cercare è già anelito di vita, volontà di trovare, stimolo e sprono a scegliere, capire, scartare, affinare la ricerca, filtrare, trattenere, liberare, preferire, scegliere meglio, forse rinunciare appunto.

Non c’è nulla di male nel rinunciare, a condizione che si sia davvero liberi di farlo. Spesso i percorsi sono invece interrotti, obbligati, sbarrati, o persino deviati a drastica inversione ad U. Poco importa cosa succeda alla strada, quel che conta è non abbandonarla, perché è solo sulla strada che si gioca una nuova partita. Perché ad ogni modo l’isola c’è. Eccome se c’è. E aspetta solo di essere ricercata, di buona lena, sotto un cielo semplice da leggere o uno carico di nubi, nel deserto che di stelle risplende o all’orizzonte di un nuovo mare. Con costanza, perseveranza, fiducia ed una borsa di ottimismo, troviamo tutti quell’isola unica che è “casa” nostra, il nostro sogno, il nostro luogo interiore, il nostro ideale universo, nel quale far ritorno è sicuro, da cui ripartire è speranza, e che ricordare è gioia.

22 giorni a Dubai. L’ascensore dentro ha cominciato a fare sù e giù. Da due notti, si è messo in funzione anche quando meno me lo sarei aspettato. Ma è cosa nota, non avrei dovuto lasciarmi sorprendere. Anche se, dentro una casa che mi attende, ma che non ho ancora visto, manca ancora all’appello tutto cio’ che potrà permetterci di chiamarla “casa”, come le tazze per i cereali, o i tappetini da doccia, le tende copri sole o le candele profumate, so che il giorno in cui ci guarderemo intorno e la sentiremo nostra, arriverà presto. Molto più presto di quanto il mio sentirmi ambientata potrà rivelarsi con chiarezza.  Allora mi ricordero’ che sarà stato vano questo agitarsi dentro dei giorni prima della partenza, che sarà stato ingenuo questo immaginarsi la vita nuova che sarà, poiché nella mia isola che c’è, niente è cambiato mai, né l’aria fresca dei pensieri nuovi, né l’amore sconfinato per i più bei cuori del mondo mio-mio, né la fiducia nell’amicizia vera, né l’implacabile curiosità che mi muove verso l’altro, o l’inarrestabile voglia di nuovi progetti all’orizzonte.

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