La valigia

Anche se ne ho un ricordo abbastanza sfocato, e non ho la sensazione di averlo amato chissà quanto, “Mary Poppins” è stato un film che di tutta evidenza ha lasciato alcune tracce marcate nel mio immaginario. Apparte un debole per le scarpe col tacco a rocchetto, che sono difficili da abbinare, ma stracomode da portare, le giacchette a vita stretta demodé ma tanto femminili, possiedo almeno due ombrellini dalla forma ottocentesca, che quando piove non passano inosservati.  Soprattutto però, credo sia stata la valigia magica a giocare il suo ruolo chiave.  È una questione più di forma che di sostanza, perché quella di Mary Poppins è una valigia bella, di cuoio, né piccola né grande, ma improponibile per lunghi spostamenti o ancora peggio per i trasferimenti. Tuttavia, non tanto per la sua magia, ma perché si presta a far trovare a chi rovista, ogni cosa utile ed inaspettata, evoca una serie di simboli da cui resto affascinata!

Oggi mancano 28 giorni alla partenza per Dubai. Prima ancora di iniziare a pensare di organizzare i bagagli per il trasferimento, ci sono molte altre valigie di cui mi devo occupare! Ad esempio, uno dei miei figli è rientrato qualche ora fa da due settimane di campeggio in montagna. Dal suo zaino magico sono emersi molta terra e foglioline secche, bigliettini segreti e un feticcio fatto a mano, pioggia fresca e scarponi umidi, qualche lacrima ed una valanga di parole. In fondo a tutto, ho trovato il sacco a pelo nel quale si nascondono già i ricordi, pronti per il futuro vicino e lontano. Tra le croste lasciate essicare sul canovaccio cifrato, i sapori di un cibo che non è mai stato cosi buono, dopo una corsa campestre. La tuta parla di notti insonni in tenda, a raccontarsi leggende sull’orso M17, e fuochi attorno al cerchio con nuovi canti da strillare, nell’autobus del rientro.  La voce rauca del suo ‘ciao’ all’arrivo, mi ha salutato stanca in stazione, e sulle pagine del canzoniere l’ho sentita risuonare sincera e commossa.  Nella tasca laterale poi, piegata molte volte piccola piccola, nascosta dalla pila e dai cerotti, ho trovato anche una canzone, che lui ha pensato e dedicato ad una fanciulla, durante un’ esibizione serale.  Nell’angolo a destra della tasca sovrastante, c’era anche il suo peluche da bimbo, che ha accompagnato ogni suo spostamento, ma il viso del ragazzo che sta arrivando e che è sceso da quel treno a braccia aperte, mi dice che per Tigrotto i giorni di gloria stanno giá un po’ dietro le spalle.

Voilà a cosa servono le valigie, e a cosa serve partire.  I nostri figli lo stanno imparando anche da soli.  Che nella vita ci sono molti saluti e molte splendide tappe.  Che nella strada c’è il viaggio e che al di là di ogni finestrino si sveleranno le molte altre cose che a stare a casa, forse ti perderesti.  A voler cercare di acchiappare qualcosa, ti scontri senza dubbio con il fatto che il resto, in quel preciso istante ti sfugge.  Ma perlomeno sei dentro un’ansia bella, di volerlo proprio cogliere quel qualcosa.  Certo, se campassimo 400 anni, avremmo più chances per raccogliere molti diversi ‘pezzi del tutto’ e creare una dolce collezione di immagini, da guardare ancora una sera, davanti al caminetto e ad un bicchiere di rosso. Non dico sia un modo buono o pessimo di vivere, dico solo che forse lo avrebbero imparato lo stesso malgrado noi.  Mi sento dire spesso che i miei figli ‘hanno l’abitudine’ a lasciare, ritornare, cambiare, ricominciare.  Mi sento dire “ che ragazzi fortunati, impareranno le lingue cosi’, senza neanche accorgersene”.  E poi mi sento dire in alternativa “pero’, che peccato, non avere un punto fermo, delle radici..” Commenti che talvolta rivelano giudizi che rivelano paletti, che rivelano freni, che rivelano dei NO che non mi va’ di pronunciare. Non sarà facile quello che hanno affrontato ed affronteranno, in virtù di un lavoro che ci sposta tutti, di tanto in tanto.

Ma quanta Supercalifragilistichespiralidosa magia, uscirà dalla loro valigia quando questo succederà di nuovo…

 

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